Le teorie storico-economiche della Rivoluzione Industriale

di Redazione Commenta

Tutti gli aspetti che sono legati alla Rivoluzione Industriale del XVIII secolo non potevano certo verificarsi in maniera omogenea e simultanea. Di fatto, la similarità di un certo numero di fattori originari e di determinate linee di tendenza non comportò le stesse sequenze di ordine temporale e le stesse correlazioni fra i vari meccanismi di sviluppo. Sostanzialmente, quindi, le cose andarono in modo quanto mai diverso a seconda dei singoli paesi.

Non si comprenderebbe altrimenti come mai l’Inghilterra abbia preceduto, fin dagli ultimi decenni del ‘700, tutti gli altri paesi europei sulla via dell’industrializzazione che caratterizzò in seguito le vicende delle nazioni inoltratesi poi sulla stessa strada. Fra i modelli di interpretazione generale della rivoluzione industriale, intesa quale atto di nascita del sistema capitalistico, quello marxista è senz’altro il più noto. Sebbene Marx non escluda lo sviluppo di rapporti capitalistici nell’agricoltura, concomitanti con quelli rilevati nell’industria, prevale pur sempre, nella sua visione, la tendenza ad attribuire all’insieme del mondo agrario europeo un carattere precapitalistico. In realtà, l’evoluzione economica, quale si manifestò in forme e cadenze diverse nei vari paesi europei, si resse in taluni casi proprio sui progressi del sistema agricolo, tutt’altro che chiuso e arretrato, o non produsse necessariamente una separazione fra strutture agrarie tradizionali e società industriale capitalistica.

Muovendo appunto dalla constatazione di caratteristiche e di potenzialità molto diverse tra i singoli paesi europei, e all’interno di essi, Alexander Gerschenkron ha sostenuto che quanto più un paese è arretrato, e quanto più pronunciati sono i divari rispetto alle aree più avanzate, tanto più intenso deve essere per forza di cose il processo di modernizzazione e, pertanto, più netto e radicale il distacco dalle precedenti forme di organizzazione economica e sociale. Si rende quindi necessario far leva sui determinati “agenti sostitutivi” a quelli operanti di norma, dotati di una tale forza di urto da spezzare tutto d’un tratto il circolo vizioso dell’arretratezza.

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