I costi dell’energia stanno avendo un impatto sull’industria in Italia

Nuovi studi confermano che i costi dell’energia stanno avendo un impatto sull’industria in Italia. La manifattura italiana si conferma un pilastro cruciale per l’economia nazionale e un attore di primo piano nel contesto internazionale. Questo è quanto emerge con forza dal Rapporto Industria 2025 del Centro Studi di Confindustria, un documento che analizza la trasformazione del settore e risponde al quesito sulla sua futura competitività.

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Focus sui costi dell’energia: conseguenze sull’industria in Italia

Per dimensione, l’Italia detiene l’onore di essere l’ottava manifattura al mondo, contribuendo per il 2,1% al valore aggiunto manifatturiero globale. A livello europeo, si posiziona come la seconda potenza manifatturiera, generando il 13% del valore aggiunto continentale. Questo settore non solo genera il 15% del PIL italiano (una percentuale che raddoppia includendo l’indotto), ma è anche il motore dell’innovazione, realizzando il 50% della spesa nazionale in Ricerca e Sviluppo e il 35% degli investimenti in macchinari e attrezzature. La sua elevata produttività si traduce inoltre in salari mediamente superiori rispetto ad altri settori, come i servizi (+20%) e le costruzioni (+21,0%) nel 2024.

Nonostante la sua solidità, la manifattura italiana ha affrontato uno shock energetico particolarmente severo. Già prima della pandemia, l’incidenza dei costi energetici sui costi totali di produzione era leggermente superiore rispetto a Francia e Germania. L’escalation dei prezzi successiva ha colpito l’Italia in modo più marcato di qualsiasi altro Paese dell’UE. A tre anni di distanza, l’incidenza dei costi energetici in Italia resta significativamente superiore alla media pre-crisi (+1 punto percentuale), mentre la Francia ha quasi riassorbito l’impatto e la Germania registra un aumento più contenuto (+0,6 p.p.).

L’aumento dei costi è stato eterogeneo, colpendo maggiormente i settori energy-intensive. La metallurgia è stata la più colpita in assoluto in Italia. Anche i minerali non metalliferi (ceramica, vetro, cemento) hanno subito un impatto notevole (+2,5 p.p. in Italia contro poco più di 1 p.p. in Germania). Settori come il legno e la gomma-plastica hanno registrato un incremento di circa +1,5 p.p., un valore molto più elevato rispetto a Germania e Francia (entrambe sotto lo 0,5 p.p.). Sebbene in altri comparti gli aumenti siano stati più contenuti, l’Italia si conferma il Paese più penalizzato in termini relativi, evidenziando una vulnerabilità strutturale che necessita di interventi mirati per sostenere la competitività futura.