Crush, le carte di Favini ottenute dai residui agro-industriali

di Simone Ricci Commenta

Favini, l’azienda veneta attiva nell’industria cartaria da ben un secolo, dimostra sempre di essere al passo con i tempi: l’ultima innovazione di un certo rilievo è senza dubbio la sua gamma di carte ecologiche, la quale è stata appena presentata al Luxe Pack di Montecarlo. Si tratta di Crush, una novità commerciale che potrebbe essere in grado di sconvolgere in maniera incredibile il comparto del packaging. In effetti, queste carte sono ottenute direttamente dalle lavorazioni di tipo agro-industriale ed è proprio grazie ad esse che è possibile rimpiazzare il 15% di cellulosa che viene presa dagli alberi.

Le ricerche in questione sono durate parecchio tempo, ma le cartiere di Favini sono riuscite finalmente a ottenere quello che speravano. In pratica, i sottoprodotti di molti beni alimentari (gli esempi possono essere quelli del mais, degli agrumi, della frutta, delle olive, delle mandorle, delle nocciole e del caffè) si sono trasformati in carte molto diverse tra loro, caratterizzate da tonalità di colore differenti e ispirate ovviamente alla natura. I residui in questione possono essere intravisti nelle carte dell’azienda di Rossano Veneto, tanto è vero che la gamma è particolare proprio per questo elemento peculiare. I residui agro-industriali vengono utilizzati per la prima volta in un contesto diverso da quello zootecnico o energetico (come combustibile).

Gli esperimenti più interessanti di Favini sono stati condotti sul mais e sulle alghe presenti nella laguna di Venezia e ora si può affermare che tali sottoprodotti sono diventati una materia prima essenziale. Le risorse per le cartiere in questo preciso momento storico non sono moltissime, quindi la notizia non può che essere accolta in maniera positiva. Il prodotto del gruppo vicentino è un buon sostegno per l’ambiente, tanto è vero che beneficia della certificazione Fsc (Forest Stewardship Council), visto che la realizzazione ha avuto luogo grazie ad energia “green” che è stata autoprodotta, con circa un terzo di fibra che è stata sottoposta a riciclo.

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