La Rivoluzione Industriale e le dure condizioni di lavoro

di Redazione Commenta

Scrittori e accademici sono soliti mostrare una interessante ambivalenza per quel che riguarda l’industrializzazione. Se si pensa infatti alla Rivoluzione Industriale della Gran Bretagna si è riusciti a raggiungere una conclusione esattamente opposta rispetto a quella a cui si tende oggi. In pratica, la crescita smisurata di stabilimenti e fabbriche può essere considerata la causa della fine delle ore di lavoro “naturali” per quel periodo, visto che l’esperienza occupazionale diventò sempre meno umanizzata. In aggiunta, gli stessi lavoratori erano privati della loro autonomia e dignità.

Ma quelle persone non la pensavano alla stessa maniera. In effetti, diversi operai cominciarono a scrivere nei primi anni dell’800 delle autobiografie e memorie molto interessanti. Si tratta di uomini che venivano sfruttati anche nelle miniere o come carpentieri, pertanto le loro storie, in larga misura dedicate al lavoro svolto, rappresentano una prospettiva fondamentale relativa a coloro che subivano gli effetti principali della Rivoluzione. Le autobiografie in questione ci raccontano come negli anni pre-industriali non ci fosse abbastanza occupazione, tanto che moltissime famiglie erano costrette a vivere ai margini e in condizioni disagevoli. Un esempio importante è quello di William Chubb, il quale viveva in un villaggio dell’East Harnham e lavorava come produttore di guanti, prima di abbandonare questo posto a causa di problemi alla vista. La situazione cambiò drammaticamente con l’inizio dell’industrializzazione.

Nelle fabbriche, infatti, c’era molto lavoro da sbrigare, ma questo era perfetto per chi aveva il fisico adatto. La società industriale aveva bisogno di abitazioni, scarpe, vestiti, forniture, pane e birra, vale a dire lavori per un gran numero di persone, soprattutto quelle in possesso delle capacità giuste e adeguate, con i redditi che superavano quelli garantiti dall’agricoltura. Ecco perché in molti subirono passivamente condizioni estreme: certo, non tutti gli operai apprezzavano salari e luoghi di lavoro, ma la maggior parte era del parere che l’industrializzazione marcasse la differenza tra la povertà e l’abbondanza.

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