Industria alimentare: la lavorazione del cacao

In genere, la composizione dei semi di cacao decorticati è composta da diversi elementi. Si tratta, anzitutto, dell’acqua (fino al 10%), delle sostanze azotate, quelle grasse, amido e zuccheri, tannino, il rosso di cacao (una speciale sostanza colorante che si forma di solito nei semi più maturi), cellulosa, ceneri, teobromina e caffeina. Anche all’interno dei gusci si trova una composizione altrettanto variegata. Tra l’altro, nelle ceneri di cacao si trova una quantità molto piccola di rame, il quale rappresenta circa lo 0,002% dei semi decorticati e lo 0,02% dei gusci. Come viene effettuata la lavorazione industriale del prodotto?

La lavorazione industriale della canapa

I canapifici, come suggerisce evidentemente il nome, sono degli stabilimenti industriali per la lavorazione della canapa. La meccanizzazione che è intervenuta nel corso del tempo ha consentito di ridurre al minimo l’impiego della manodopera, potendo contare allo stesso tempo su un prodotto superiore per omogeneità e qualità. I prodotti che si possono ottenere con la lavorazione industriale della canapa sono diversi: alcuni esempi tipici comprendono lo spago, refe, la stoppa, i cordami, le reti per la pesca o altri scopi, senza dimenticare i tessuti di varia qualità.

La lavorazione delle terre da fonderia

Le terre da fonderia devono rispondere a determinati e specifici requisiti: anzitutto, la plasticità, dato che esse devono assumere la forma che è impressa in tutti i suoi particolari. Inoltre, non si possono neanche dimenticare la coesione, con la terra che necessita dell’estrazione del modello senza lo sgretolamento, sopportando allo stesso tempo la spinta del metallo liquido. Per quel che riguarda la porosità, le terre da fonderia devono lasciarsi attraversare dall’aria che è cacciata fuori dall’ingresso del metallo fuso e deve consentire il passaggio dei gas (in primis il vapore acqueo) che si sviluppano durante la colata nella forma.

La lavorazione industriale delle pelli

Le pelli di mammiferi, bovini, suini, ovini e caprini, nonché quelle dei cervidi e dei rettili, diventano dei cuoi e dei pellami dopo essere state opportunamente lavorate. La qualità di esse dipende ovviamente dalla provenienza, dal modo di vivere, dall’alimentazione e dall’età dell’animale. Le pelli di animali giovani, infatti, sono molto migliori dal punto di vista qualitativo; nelle femmine, poi, il prodotto è superiore rispetto a quello dei maschi. In aggiunta, il buon pascolo, la cura e la selezione delle bestie migliorano in genere le caratteristiche del prodotto finale. Ma come si lavorano le pelli dal punto di vista industriale? Una volta giunte in conceria, queste ultime si lasciano macerare in modo da riacquistare la loro iniziale morbidezza.

La lavorazione del polistirolo espanso

Il polistirolo espanso non è altro che una resina termoplastica utilizzata per gli imballaggi e per la fabbricazione di pannelli isolanti dal punto di vista termo-acustico: questa materia la si può trovare facilmente in commercio anche in lastre di uno o due centimetri di spessore. Si tratta, in pratica, di un materiale piuttosto leggero, semplice da lavorare e più che adatto per la costruzione di “plastici” e modelli di tipo statico. Gli strumenti maggiormente adatti per il taglio del polistirolo espanso sono essenzialmente due, vale a dire il cutter e il termotraforo. Nel primo caso, ci si riferisce a un utensile sfruttato, in particolare, per il taglio di cartoncini e cartoni, ma può essere utile anche per il polistirolo, nel momento in cui si devono eseguire dei tagli rettilinei.

Fabbricazione delle vetrate: passato e presente a confronto

Le vetrate si fabbricano ancora oggi in modo non molto diverso da come avveniva nel Medioevo, quando artisti e artigiani del vetro lavoravano in piccoli gruppi, molto uniti tra di loro. Ci si spostava la dove c’era bisogno di lavoro, ad esempio in Francia, in Germania e in Inghilterra; poi, nel tardo periodo medioevale presero sedi stabili in città importanti come Parigi e York, dove allestirono dei grandi laboratori. La somiglianza della lavorazione industriale la si può riscontrare nelle varie fasi in questione. Anzitutto, c’è l’abbozzo. In pratica, si facevano degli schizzi su una pergamena per mostrare al committente come sarebbe stata la vetrata finita; oggi, in genere, si fanno degli abbozzi ad acquarello.

La lavorazione industriale dell’olio d’oliva

Tutti conosciamo l’olio di oliva come grasso vegetale che si ottiene dalla spremitura delle olive, uno dei prodotti alimentari che caratterizzano e impreziosiscono la dieta mediterranea: ma come si lavora esattamente, a livello industriale, questo alimento? All’interno degli oleifici, si è soliti pulire, lavare e asciugare le olive stesse, le quali passano pari in maniera molto rapida alla successiva lavorazione. In una prima fase, quindi, esse sono sottoposte alla frangitura attraverso degli appositi molini a frantoi; la pasta che si ottiene in questo modo subisce dapprima una spremitura per mezzo di presse idrauliche, una operazione che consente di ricavare il cosiddetto “olio di prima pressione”. I residui vengono rimacinati e la pasta è nuovamente spremuta; si ricava così un olio che prende il nome di “olio di seconda pressione”.