La piadina industriale non merita l’Igp

di Simone Ricci Commenta

È un vero e proprio vanto, e non solo in ambito alimentare, della Romagna: si sta parlando della piadina, il tipico prodotto farinaceo di questa parte d’Italia. Ebbene, c’è una presa di posizione importante sul suo conto. In effetti, come ha fatto sapere l’organizzazione Slow Food Emilia Romagna insieme alla Confesercenti delle città di Cesena, Ravenna e Forlì, la piadina industriale non merita assolutamente il riconoscimento del marchio Igp. Quest’ultima sigla, come è noto, sta a indicare l’Indicazione Geografica Protetta, la quale viene assegnata dall’Unione Europea ai prodotti che hanno una determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica che dipendono dall’origine geografica.

Ebbene, ci si è scagliati contro questo provvedimento dopo aver ben distinto la vera piadina romagnola, vale a dire quella che viene preparata dai chioschi, a mano e soprattutto fresca, da quella che invece viene prodotta su base industriale e poi conservata nei sacchetti di plastica per essere venduta negli esercizi commerciali. L’intenzione è quella di rendere consapevole Bruxelles di importanti osservazioni a tal proposito, in modo che la Commissione Europea possa ponderare meglio l’iter di assegnazione e disciplinare al meglio il marchio. L’opposizione è dunque molto netta, dato che c’è la convinzione che si stia violando il regolamento comunitario numero 1151 dello scorso anno (“Regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari”).

In aggiunta, è sembrato scorretto pretendere la protezione dell’Igp per un cibo che non è legato al territorio come quello “tradizionale”. L’unica eccezione che viene accettata è quella relativa allo stabilimento industriale che si trova nel territorio romagnolo, in quanto si può presupporre che gli ingredienti utilizzati provengano dallo stesso. Finora, il riconoscimento dell’Indicazione Geografica Protetta è stato assegnato alla bresaola di Valtellina, il prosciutto di Norcia, la mortadella di Bologna, lo speck alto-atesino, le arance rosse di Sicilia, il limone di Sorrento e il pane casereccio, ma evidentemente la qualità industriale non può essere simile a quella classica.

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