Struttura e funzionamento degli scrubber

Lo scrubber è una colonna di cui si servono diverse industrie, con o senza riempimento, a pioggia di liquido: essa viene sfruttata e utilizzata per ottenere l’assorbimento, la depolverizzazione o l’umidificazione dei gas, o anche per il raffreddamento di quelli più caldi. Gli scrubber sono costituiti essenzialmente da corpi a forma di cilindro o di poligono, ad asse verticale, i quali possono raggiungere anche i venti metri di altezza per la precisione. In queste colonne il liquido assorbente viene immesso a una pressione che viene considerata conveniente (compresa tra le tre e i cinque atmosfere nello specifico), attraverso una serie di polverizzatori che sono disposti tutti intorno alla torre, a diverse altezze, e viene scaricato dal basso con un apposito sistema a sifone.

Lm Réalisations propone un armadio di protezione per l’agroalimentare

Lm Réalisations è l’azienda francese impegnata da sempre nella concezione e nella produzione di strumenti di protezione dedicati agli ambienti industriali: l’ultima novità del gruppo transalpino che merita di essere approfondita è l’armadio di protezione per il settore agroalimentare, il quale può contare su tre scomparti per la precisione. A cosa serve questo strumento? Il suo scopo è quello di ospitare e rendere più ordinate le diverse configurazioni delle varie apparecchiature informatiche, quindi si fa riferimento allo schermo Lcd, allo stesso personal computer, alla stampante e alla tastiera. Le caratteristiche principali sono presto dette.

Archeologia industriale: le ex Officine Savigliano di Torino

Una conoscenza approfondita dell’archeologia industriale italiana non può prescindere da una visita alla città di Torino: che cosa si può scoprire all’ombra della Mole? Il cuore del capoluogo sabaudo si caratterizza per il comprensorio delle ex Officine Savigliano. È qui, infatti, che tre anni fa è stato instaurato un complesso commerciale davvero all’avanguardia, con caratteristiche strutturali e funzionali davvero originali. Nel dettaglio, si è riusciti a far amalgamare in maniera perfetta l’architettura industriale di questa struttura, la quale risale all’inizio del Ventesimo secolo con altri stili e temi più contemporanei. Insomma, si sta parlando di un esempio di successo del recupero dell’archeologia industriale.

Chimica industriale: l’ossidazione anodica

L’ossidazione anodica è il processo chimico-industriale che viene provocato attraverso l’elettrolisi anziché con l’intervento di ossidanti di tipo chimico. Le ossidazioni di questo tipo presentano in genere il vantaggio, rispetto a quelle chimiche, di dar luogo a un solo prodotto e non a una miscela singola. Tale risultato si ottiene attraverso un controllo molto accurato sia del potenziale dell’anodo che della densità di corrente, oltre che con una opportuna scelta della soluzione elettrolitica. Le ossidazioni elettrolitiche sono molto usate soprattutto nella chimica inorganica, dunque è necessario ricordare le principali che vengono impiegate nell’industria.

La lavorazione industriale della barbabietola da zucchero

La coltivazione della barbabietola e lo sviluppo della relativa industria saccarifera si sono affermati nell’Europa centrale a oltre cento anni e più tardi nel nostro paese: già nel 1747, comunque, Margraf aveva estratto dello zucchero cristallino dalla radici di barbabietola. In Italia, più precisamente nel 1897, la coltura si diffuse in maniera molto rapida nella Valle Padana e successivamente nelle regioni centrali e sporadicamente al Sud. La pianta in questione è una coltura sarchiata da rinnovo e richiede dei terreni profondi e ben lavorati, con delle buone concimazioni, oltre a dosi di letame non troppo elevate.

Industria tessile: la seta marina e quella selvatica

Tra le tante tipologie di seta che si possono esaminare e approfondire figurano senza dubbio quella marina e quella selvatica: cerchiamo di capire di cosa si tratta esattamente. La seta marina prende anche il nome alternativo di “bisso” e viene ottenuta per elaborazione di alcuni filamenti che sono attaccati alle valve di un mollusco (pinna nobilis) molto diffuso nel Mar Mediterraneo. La seta marina, inoltre, tende a bruciare molto facilmente, ma una volta allontanata dalla fiamma si spegne. Essa viene sostanzialmente impiegata nella maglieria e i prodotti così ottenuti hanno una durata piuttosto lunga, proteggendo allo stesso tempo dal caldo senza far sudare; il loro costo, però, è elevato, data la scarsa produzione della materia prima.

Industria tessile: la seta greggia

A seconda del diametro delle bave, della tenacia, dell’elasticità e dell’uniformità del filo, le sete gregge possono essere distinte in ben sette categorie: si tratta della seta di marca (detta anche “exquis”), della seta extra, di quella classica, della seta reale, della seta semi-reale, della seta realina e della seta scarto. La seta greggia può essere adoperata in maniera diretta per la confezione dei tessuti, ma, in genere, prima di essere avviata alla tessitura vera e propria, viene sottoposta ad altre lavorazioni allo scopo di ottenere un filato più uniforme e resistente.

Inquinamento industriale: la Banca Mondiale finanzia i progetti in Vietnam

La Banca Mondiale, più precisamente il suo board dei direttori esecutivi, ha concluso questa settimana un accordo molto importante: si tratta, infatti, di un finanziamento pari a cinquanta milioni di dollari americani, denaro utile per sostenere il rafforzamento delle regole relative ad alcune zone industriali del Vietnam, nello specifico quelle che si riferiscono al trattamento delle acque di scarico. L’intesa ha riguardato le quattro province maggiormente industrializzate del paese asiatico, vale a dire Nam Dinh, Ha Nam, Dong Nai e Ba Ria Vung Tau. Che cosa è stato previsto nel dettaglio?

Industria metallurgica: il tubo Mannesmann

Il tubo Mannesmann è uno dei più utilizzati dall’industria metallurgica: in pratica, si tratta di un tubo senza alcuna saldatura e che è stato prodotto per mezzo di un apposito laminatoio speciale, il quale viene detto “elicoidale” (i cilindri presentano degli assi sghembi). Il prodotto che si ottiene con questo processo industriale molto semplice è piuttosto grezzo e costituisce quello che si chiama un forato. Per agevolare di gran lunga la formazione del foro e dare ad esso una maggiore regolarità, si è soliti munire il laminatoio di una spina, contro la quale si comprime la barra. Il foro viene quindi regolarizzato e le pareti sono assottigliate.

La produzione industriale del malto

Il malto è il prodotto che si può ottenere dall’orzo germogliato, liberato dalle piccole radici e essiccato al sole: vi sono varie operazioni che bisogna compiere per ottenerlo in maniera diretta. Nello specifico, si tratta delle operazioni che prendono il nome di maltaggio e possono essere suddivise in tre categorie. Anzitutto, si procede con la cernita e la bagnatura dell’orzo, poi si prosegue con la germinazione e infine si conclude il tutto con la trasformazione del cosiddetto “malto verde”. La cernita consiste essenzialmente nell’operazione che viene effettuata con apparecchi molto simili a quelli per il frumento, i quali, oltre a separare i grani d’orzo secondo la loro grandezza, provvedono a eliminare le eventuali sostanze che sono estranee e mescolate ad essi.