Industria metallurgica: il difetto della segregazione

La segregazione è il difetto che spesso si può rilevare nei materiali che sono ottenuti per mezzo della fusione: in pratica, si tratta di una mancanza di omogeneità nella costituzione cristallina degli stessi. Quali sono le cause principali? Quando un metallo fuso comincia a solidificarsi, si formano tanti piccoli germi cristallini che vanno man mano aumentando di dimensione. Però, mentre la parte più interna di ogni singolo cristallo, la quale è quella che si forma per prima, è composta di un materiale molto puro, gli strati che si aggiungono in via progressiva risultano sempre più ricchi di impurità, quali carbonio, zolfo e fosforo. A questo primo difetto, inoltre, se ne aggiunge un altro, detto “grande segregazione”, il quale è dovuto principalmente al fatto che i primi cristalli si formano a contatto con le pareti della forma, in cui il raffreddamento è più rapido, e sono notevolmente puri, mentre le impurità vengono respinte verso il centro della forma dove il materiale è ancora liquido.

La diciottesima edizione del Convegno di Igiene Industriale

Corvara, il maggior centro della Val Badia (ci troviamo nel cuore delle Dolomiti, nella provincia di Bolzano per la precisione), è in attesa dell’imminente convegno di igiene industriale che andrà a riguardarla in una tre giorni davvero importante: si tratta della diciottesima edizione di questo evento, il quale viene puntualmente convocato dall’Associazione Italiana degli Igienisti Industriali (Aidii) e che è prevista in programma dal 28 al 30 marzo prossimi nella sala comunale. Di cosa si discuterà quest’anno nel dettaglio? Gli argomenti principali sono sostanzialmente cinque e si riferiscono a delle tematiche piuttosto ampie: si va dai rischi delle montagne e del mare ai rifiuti e ai rottami metallici, passando anche per i rifiuti che vengono creati dalle esposizioni dei monitoraggi, la valutazione dell’esposizione cutanea e degli agenti chimici e le acque in generale.

Dispositivi industriali: l’ingrassatore

L’ingrassatore è un macchinario industriale piuttosto importante, visto che si tratta del dispositivo che serve per lubrificare con il grasso gli organi delle altre macchine: più precisamente, vengono coinvolti quei mezzi le cui superfici, le piane o le curve sono animate di un moto relativo. Una tipologia molto interessante in questo senso è quella dell’ingrassatore con il coperchio a vite. In pratica, la sua denominazione alternativa è quella di “Stauffler” ed è costituito da una scatola realizzata in metallo, di forma cilindrica e chiusa da una parte, senza dimenticare la caratteristica fondamentale della filettature interna. In effetti, è proprio in quest’ultima che viene introdotto il grasso, il quale viene poi fissato al supporto.

Prodotti dell’industria chimica: l’indio

L’indio, elemento chimico che viene riconosciuto universalmente con il simbolo In e il numero atomico 49, appartiene al terzo gruppo del sistema periodico; la sua presenza è davvero molto modesta sulla crosta terrestre, ma comunque esso è distribuito in un gran numero di minerali e, in particolare, in quelli di zinco che ne contengono fino allo 0,1%. Proprio per questo motivo, la sua produzione industriale parte dai minerali di zinco; la purificazione finale dell’indio (fino al 99,9% per la precisione) viene in genere eseguita attraverso l’elettrolisi in un ambiente piuttosto acquoso. Tra l’altro, tale metallo è anche molto tenero e possiede la proprietà unica di aderire ad altre superfici quando vi viene strofinato. La temperatura di fusione supera i 156 gradi, mentre quella di bollitura deve essere necessariamente superiore ai duemila gradi.

Leghe metalliche: l’uso industriale dell’Invar

L’Invar è quella lega metallica che contiene il 64% di ferro e il 36% di nichel. Quando si raggiunge una temperatura che può essere definita come “ordinaria”, essa tende ad assumere un coefficiente di dilatazione molto basso, dunque si può desumere che l’Invar va considerata come indilatabile per le applicazioni pratiche. Il tipico impiego industriale è quello che si riferisce agli strumenti di misura, agli apparecchi scientifici e ai pendoli per gli orologi. Tra l’altro, bisogna anche sottolineare come, oltre ai già citati ferro e nichel, siano presenti anche delle tracce di carbonio e cromo. La scoperta in questione si deve a un fisico di origine svizzera, il premio Nobel Charles Edouard Guillaume.

Industria petrolifera: l’estrazione del greggio

L’estrazione è indubbiamente uno dei momenti più importanti per l’industria petrolifera: come si svolge esattamente? Una volta che si è deciso di perforare un pozzo in una determinata zona, più precisamente in quella in cui le ricerche hanno dato per certa la presenza del petrolio stesso, si procede al piazzamento delle attrezzature necessarie alla trivellazione. Il tipo di trivella in questione è quello a rotazione: in pratica, una incastellatura in metallo e alta una decina di metri (il cosiddetto “derrick”), sostiene il treno di aste di perforazione e i motori che alimentano il moto rotatorio. Alla sua base, inoltre, viene sistema una piattaforma rotonda di acciaio, la tavola rotante, mentre al centro si trova, solidale a quest’ultima, un tubo di forma quadrata (l’asta quadra), il quale gira in blocco con la tavola.

L’archeologia industriale pontina è alla ricerca di nuovi investitori

Il patrimonio industriale del nostro paese è davvero sterminato e va preservato anche per le generazioni future: Latina e l’intero territorio pontino circostante sono uno degli esempi più interessanti in questo senso, purtroppo caratterizzato da dimenticanze e abbandoni che non fanno certo onore. L’archeologia di questo tipo nella città laziale esiste da almeno quaranta anni, ma sfortunatamente esistono anche la speculazione e il degrado. Questo trend può e deve essere invertito quanto prima, soprattutto quando si capirà che ognuna di queste testimonianze può rappresentare un vero e proprio valore aggiunto per l’economia, con i siti industriali dismessi che possono aderire al nuovo marketing territoriale.

Tunisia: l’Afi annuncia la creazione di tredici aree industriali

La Tunisia sta assumendo una conformazione decisamente industriale: il paese africano beneficerà a partire dalla giornata odierna di tredici nuove zone in cui dare ampio spazio proprio ai vari settori dell’industria, tanto che è stata prevista una superfice complessiva piuttosto vasta, circa 572 ettari per la precisione. L’obiettivo specifico che Tunisi intende perseguire è quello di catturare il maggior numero possibile di investimenti nuovi di zecca, soprattutto dalle nazioni estere. Come si spiega questa evoluzione così decisa? Anzitutto, bisogna specificare che l’annuncio ufficiale è stato lanciato dall’Afi, vale a dire l’Agence Foncière Industrielle (l’Agenzia Fondiaria Industriale dunque), la quale ha già cominciato a descrivere come saranno caratterizzate queste aree industriali.

La fabbricazione dei pannelli in fibre di legno

I pannelli di fibre di legno beneficiano anzitutto di una fabbricazione artificiale: essi vengono ottenuti sostanzialmente dalla sfibratura di cascami e sfridi di legno, i quali altrimenti non avrebbero una ulteriore utilizzazione industriale. In un primo momento, le stesse fibre di legno vengono ridotte, attraverso l’aiuto di opportuni mezzi, a un ammasso pastoso senza ordine e senza alcun tipo di orientamento. La fase successiva, invece, prevede che vi sia una loro ricomposizione in virtù della cosiddetta feltratura, la quale deriva dal loro mutuo intreccio con l’eventuale aggiunta di sostanze collanti e impermeabilizzanti e sotto l’azione della pressione e del calore. Il prodotto è meglio conosciuto sotto le denominazione di “masonite”, dal nome dell’americano William Henry Mason che per primo ne ideò il procedimento di fabbricazione (si parla del lontano 1927), ma anche di “faesite”, a causa di Faé, la frazione del comune di Cencenighe (siamo in provincia di Belluno) nel quale sorse, intorno al 1936, il primo grande stabilimento italiano per la produzione di pannelli di fibre di legno.

Il Museo dell’Industria e del Lavoro di Sesto San Giovanni

Sesto San Giovanni rappresenta uno dei comuni più popolosi dell’intera Lombardia con i suoi oltre 81mila abitanti: una delle attrazioni a cui si può fare affidamento, soprattutto se si è appassionati di questi argomenti, è il Museo dell’Industria e del Lavoro, una struttura che è sorta quando le fabbriche erano ancora pienamente efficienti e funzionanti dal punto di vista produttivo. C’è però da dire che la realizzazione vera e propria si è avuta nel momento in cui l’industria siderurgica ha visto calare le sue “rappresentanze” in questo territorio, con la maggior parte dei forni che sono stati progressivamente dismessi. Questo museo ha un intento ben preciso, vale a dire quello di offrire delle testimonianze tangibili e visibili della trasformazione di Sesto da piccolo nucleo dedito all’agricoltura a vera e propria città delle fabbriche.